“E così quando Cora Tull mi diceva che non ero una vera madre, pensavo a come le parole vanno su dritte in una linea sottile, rapida e innocua, e a come sia terribile che il fare proceda lungo la terra, rimanendoci aggrappato, così che dopo un po’ le due linee sono troppo distanti perché la stessa persona possa passare da una all’altra; e che peccato, amore e paura sono soltanto dei suoni che gente che non ha mai peccato né amato né avuto paura ha per quello che non ha mai avuto e non potrà avere fintanto che non si dimenticherà delle parole. Come Cora, che non ha mai saputo neanche cucinare.

Mi diceva quello che dovevo ai miei figli, a Anse e a Dio. A Anse ho dato i figli. Io non avevo mai chiesto di averli. Non gli avevo neanche mai chiesto quello che avrebbe potuto darmi: il non-Anse. Quello era il mio dovere verso di lui, di non chiederglielo, e quel dovere l’ho compiuto. Io ero lui; lui, lo lasciavo essere la forma e l’eco della sua parola. Questo era più di quanto lui stesso chiedesse, perché non avrebbe potuto chiederlo e essere Anse, servendosi di sé con una parola.

E poi morì. Non sapeva di essere morto. Giacevo accanto a lui nell’oscurità, udendo la terra oscura che parlava del peccato di Dio; udendo l’amore e la Sua bellezza e il Suo peccato; udendo l’oscura assenza di voce nella quale le parole sono i fatti, e le altre parole che non sono fatti, che sono soltanto gli interstizi nei vuoti della gente, che scendevano giù come i gridi delle anatre selvatiche che uscivano dalla selvaggia oscurità in quelle terribili notti di un tempo, cercando di afferrare i fatti come degli orfani ai quali vengano indicati due visi in una folla e venga detto: Quello è tuo padre, quella tua madre.”

 Mentre morivo, William Faulkner, 1930

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adesso metto in ordine. tutto.

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and then the Z came

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“Recitar! Mentre preso dal delirio!Non so più quel che dicoe quel che faccio!Eppur è d’uopo sforzati!Bah! Sei tu forse un uom?Tu sei Pagliaccio!Vesti la giubbaE la faccia infarina.La gente paga e rider vuole qua.E se Arlecchin t’invola Colombina,ridi, Pagliaccio, e ognun applaudirà!Tramuta in lazzilo spasmo ed il pianto;in una smorfia il singhiozzoe ‘l dolor! Ah!Ridi, Pagliaccio,sul tuo amore infranto.Ridi del duol che t’avvelena il cor.”

Recitar! Mentre preso dal delirio!
Non so più quel che dico
e quel che faccio!
Eppur è d’uopo sforzati!
Bah! Sei tu forse un uom?
Tu sei Pagliaccio!

Vesti la giubba
E la faccia infarina.
La gente paga e rider vuole qua.
E se Arlecchin t’invola Colombina,
ridi, Pagliaccio, e ognun applaudirà!
Tramuta in lazzi
lo spasmo ed il pianto;
in una smorfia il singhiozzo
e ‘l dolor! Ah!
Ridi, Pagliaccio,
sul tuo amore infranto.
Ridi del duol che t’avvelena il cor.”

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those days of quitting music

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"La danza degli spiriti era pacifica, ma i bianchi la interpretavano come il segnale di una grande insurrezione indiana. Chiesero aiuto all’esercito, ed alla fine molti disarmati danzatori, nella maggior parte donne e bambini, furono uccisi a Wounded Knee. Noi Indiani pensiamo che il popolo bianco avesse paura della danza degli spiriti perché aveva la coscienza sporca, avendo sottratto proprio pochi anni prima metà della restante terra indiana. La gente che ha la coscienza sporca vive nella paura e teme più di tutti coloro che ha offeso. Così fu con la danza degli spiriti.

[…] Quando il bianco cavallo udì gli spari, pensò di essere tornato nel circo durante lo spettacolo del Selvaggio West. Cominciò a danzare e ad impennarsi, a sedersi sulle sue cosce e ad alzare le zampe anteriori, a saltare intorno, a piegarsi, ad inchinarsi, a fare tutti gli esercizi che gli erano stati insegnati. In questo modo onorava il suo padrone morto, nel solo modo che conosceva. Tutti quelli che lo videro dissero che il cavallo era posseduto, wakan, nel modo degli spiriti, perché non era ferito malgrado avesse danzato attraverso una grandine di proiettili. Il bianco cavallo continuò a danzare per un po’ dopo che il combattimento era terminato e la scena insanguinata era silenziosa. Così Tatanka Iyotake, il grande Toro Seduto ed il suo cavallo bianco preferito entrarono nella leggenda del nostro popolo.”

da Il cavallo danzante di Tatanka Iyotake (Sioux Brule)

Raccontata da George Alce Aquila a Parmelee, Riserva Indiana del Rosebud, Sud Dakota, 1969. Registrata da Richard Erdoes.

"Nel 1890 la religione messianica della danza degli spiriti si estese alle tribù delle Pianure. Originata da una visione del profeta paiute Wovoka, ed annunciata da segni come una terrificante eclisse di sole, la danza degli spiriti fu una religione di disperazione. Diede la speranza ad un popolo al quale erano stati sottratti i suoi antichi territori di caccia e che stava morendo nelle riserve. I danzatori degli spiriti eseguivano una speciale danza in tondo, tenendosi per mano e cantando i canti della danza degli spiriti. Credevano che le loro casacche, dipinte con le immagini delle stelle, della luna e del sole, e delle gazze, li rendessero invulnerabili alle pallottole.I danzatori svenivano e cadevano in trance. Quando rinvenivano, dichiaravano di esser stati in una terra meravigliosa brulicante di buffali e di avervi incontrato i loro parenti morti da tempo. La danza degli spiriti, così diceva Wovoka, avrebbe cambiato il mondo, riportandolo com’era prima dell’arrivo dell’uomo bianco." Richard Erdoes/Alfonso Ortiz

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M’ars, Alma Ares

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